Il “Moderno” nei Centri Storici: Dibattito aperto

fonte: (http://www.imageandnarrative.be)

Nei giorni trascorsi, un post di Giovanni D’Amico dal titolo “Storia e Avanguardia“, pubblicato su Architettura Catania, ha alimentato alcune riflessioni in merito all’eterna disputa di chi ritiene che l’architettura contemporanea possa e debba coesistere nei centri storici assieme agli edifici per così dire “tradizionali”, e chi invece pensa che l’architettura “moderna” sia troppo “fredda”, quindi inadeguata ai nostri centri storici. Ho espresso la mia opinione, ritenendo che a fallire sia stata l’impostazione troppo rigida dell’urbanistica contemporanea, anche se, concordo con l’opinione di Fabrizio Russo, forse il Movimento Moderno è stato troppo strumentalizzato dalle ambizioni del capitalismo e degli speculatori, tanto da produrre gli scempi che noi tutti conosciamo che hanno decretato la fine dello stesso con la mitica frase di un sostenitore dell’epoca del “postmodern”:

” la forma segue il fiasco “

Ormai son passati parecchi anni dall’epoca, Le Corbusier è scomparso, e i suoi “eredi” hanno ripensato ad un’Urbanistica piu “umana” e meno rigidamente impostata sui grandi piani e sullo zooning, ma su singoli progetti che si sposano in una visione complessiva dello spazio urbano. Un sistema di relazioni che renda riconoscibile la città e non muti quella che è la percezione globale, che è quella, che a mio giudizio, disorienta il “cittadino”. In poche parole:

  1. persistenza del piano, intesa come morfologia dei lotti;
  2. stesso indice di edificabilità;
  3. stessa percezione, quindi dei rapporto vuoti/pieni;
  4. singole architetture contemporanee che completano/modificano l’esistente.

E soprattutto, aggiungo, la tutela delle soprintendenze deve avvenire per quelle opere di indiscutibile pregio e il veto deve essere inteso come valutazione della qualità dell’organismo edilizio nella sua complessità.

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